Si può essere sovversivi chiedendo che le leggi vengano rispettate da chi ci governa (Ennio Flaiano)

venerdì 29 aprile 2011

Vittime e macerie di un regime al capolinea

Strabismo. Paradosso. Impazzimento. Implosione. Non è facile trovare una definizione che descriva l’attuale situazione politica del nostro Paese. Forse lo è di più ipotizzare che, tra non molto, del “sistema Berlusconi” potrebbero non rimanere che macerie.

Da una parte il Parlamento, ormai ridotto a legiferare ad personam o per decreti milleproroghe. Dove tutto e il suo contrario trovano accoglimento in ragione della necessità contingente; delle minacce di Bossi; dei ricatti di questo o quel “Responsabile”.

Dall’altra l’accelerazione esponenziale impressa dal presidente del Consiglio al dibattito politico in concomitanza con l’avvio o la ripresa dei processi che lo vedono imputato, presunto innocente, di reati infamanti.
Un’accelerazione caotica. Scomposta. Una contrapposizione dai toni sopra le righe e dai contenuti apparentemente folli. Forse meglio dire una sua guerra personale. Che lo vede costantemente all’assalto degli altri organi dello Stato democratico. Ai quali non riconosce, come mai ha riconosciuto, legittimazione alcuna. Una guerra combattuta tramite una escalation di dichiarazioni comprensibili solo se collocate all’interno di un piano architettato per ottenere da questi pari dichiarazione di guerra. E poter così giustificare, “davanti al popolo”, ogni sopruso perpetrato per via legislativa. Un piano al quale non sono estranee iniziative a prima vista strampalate e grottesche. In realtà volte a convincere l’opinione pubblica dell’inesistenza di saldi principi di riferimento istituzionali. Includendo tra questi la Costituzione repubblicana. E’ il caso dei manifesti apparsi a Milano che chiedevano di «far uscire le Br dalle Procure». Piuttosto che della proposta di modifica dell’art. 1 della Costituzione per sottomettere tutti i poteri dello Stato a quel Parlamento oggi popolato da nominati.

Teme, Berlusconi, il giudizio del cittadino elettore. Lui, che per anni ha menato vanto di un consenso da dittatore bulgaro, oggi sa che l’esito del referendum sul legittimo impedimento gli sarebbe avverso e sancirebbe la sua fine politica. E per evitarlo non indugia, con un trucco, a sconfessare uno dei due pilastri della sua ultima campagna elettorale: il ritorno dell’Italia all’energia atomica.

Ma non solo gli italiani scaricano Berlusconi. Altrettanto fa quell’Europa peraltro in gran parte governata dalla sua stessa parte politica. Dopo decenni di dissennata politica estera imposta da Bossi; dopo aver ripetutamente mostrato di preferire la dacia di Putin e le amazzoni di Gheddafi ai colloqui con capi di governo dell’Unione, quando ha dovuto chiederne la collaborazione per supplire l’incapacità di Maroni a gestire l’arrivo di rifugiati libici e immigrati tunisini, ha trovato tutte le porte ermeticamente chiuse. Quando poi ha incontrato il francese Sarkozy con l’intento di “ricondurlo a più miti consigli”, si è ritrovato in realtà a riempirlo di pubblici elogi e a regalargli la Parmalat.

Da ultimo la composita compagine governativa. Sino ad oggi silente di fronte al potere assoluto del padrone, alla prima incrinatura passa all’insulto. E il ministro dell’Economia si sente dare del “socialista” da un suo collega di governo, quasi fosse questo il suo più grave peccato.

Restava, invero, al Presidente del Consiglio il sostegno del “battaglione Scilipoti”. Anomalo gruppo di parlamentari “inspiegabilmente” scopertisi di fede berlusconiana e cresciuto di numero proprio mentre il consenso del leader declinava nel Paese. Ma anche questo consenso, come quello dell'alleato leghista, sembra ora vacillare dopo che il monarca, smentendo se stesso, ha solipsisticamente deciso di concorrere ai bombardamenti di Libia.

Macerie, appunto. Macerie prodotte dal disfacimento di un sistema di potere ingannevolmente allettante.

Al quale hanno inconsapevolmente ceduto i semplici e i poco avveduti.

Con il quale ha colpevolmente convissuto chi ne ha ottenuto vantaggi contingenti. E porta ora la tremenda responsabilità di un tessuto sociale la cui trama è vittima devastata da vent’anni di governo ad personam.


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