Si può essere sovversivi chiedendo che le leggi vengano rispettate da chi ci governa (Ennio Flaiano)

sabato 21 ottobre 2017

Referendum per l'autonomia? Quanti danè tra via!

Ci costa 50 milioni di €, ma probabilmente molto di più, celebrare l’inutilità di Maroni. Perché, purtroppo, questo è l’unico significato attribuibile al Referendum che si svolgerà domani in Lombardia.

Maroni si avvia mestamente alle fasi finali della sua sbiadita presidenza. Una presidenza aperta sotto il segno di roboanti promesse di maggiore autonomia per i lombardi. Ma, dal 18 marzo 2013 ad oggi, il nulla. 

Maroni e la sua maggioranza hanno avuto quattro anni e mezzo per concordare con lo Stato maggiore autonomia sulle materie previste dall’art. 116 della Costituzione, ma non sono stati capaci di farlo. Neppure un inizio, un tentativo. Non sono stati neppure capaci di consultare i cittadini e gli enti locali sulle maggiori autonomie da richiedere come previsto dal 116. Zero. Il nulla. Missing in action. 

Ed ora vorrebbero far credere ai lombardi che con questo referendum otterranno lo “Statuto Speciale” per la Lombardia e la possibilità di “tenere i nostri soldi, almeno la metà di quelli che diamo allo Stato”. Non serve essere dei costituzionalisti per capire che si tratta di una bufala colossale! Non per nulla il quesito che Maroni sottopone a referendum non cita alcuno dei due.

Recarsi alle urne per votare sul nulla è privo di senso. Recarsi a votare non per ottenere maggiore autonomia, cosa in linea di principio condivisibile, ma per ridare fiato ad un asfittico Maroni è un errore politico sesquipedale. Recarsi a votare significa, in buona sostanza, accettare di farsi mettere l’anello al naso dalla Lega. E sinceramente, nella vita, si può fare di meglio!

Chi intende realmente contrattare maggiore autonomia per la sua regione segue le procedure previste dall’art. 116 della Costituzione, come sta facendo in questi giorni la regione Emilia Romagna.

Capiamoci: quello di Maroni non è un referendum per l’autonomia, ma una gran quantità di danè tra via. Peccato che siano tasse di noi lombardi!


venerdì 2 giugno 2017

2 giugno: una città senza più Sindaco

Il 2 giugno, come il 4 novembre ed il 25 aprile, è Festa Nazionale Civile
Del resto se viviamo in una Repubblica lo dobbiamo al risultato del Referendum che tra il 2 e il 3 giugno 1946 decise la forma istituzionale dello Stato italiano dopo la fine del fascismo e che, per la prima volta nella storia italiana, fu celebrato a suffragio universale. Non fare festa i 2 giugno semplicemente non si può; sarebbe come rinnegare il proprio compleanno, convincersi di non essere mai nati. Chi di noi, capace di intendere e volere, rifiuterebbe di celebrare il proprio compleanno? O c’è la festa per il compleanno o c’è la lapide, magari con una bella epigrafe, tertium non datur. 

Ma per quali motivi celebrare oggi il settantunesimo compleanno della Repubblica nella quale viviamo?

“La nostra Repubblica è nata con la vocazione alla pace, all'apertura agli altri Paesi e agli altri popoli, non soltanto al dialogo, ma alla collaborazione con essi, all'integrazione dell'Europa, al rispetto e al sostegno nei confronti delle organizzazioni internazionali. Il valore della libertà e della uguale dignità di ogni persona e quello della solidarietà caratterizzano la nostra Repubblica, contrassegnano la nostra Costituzione e sono alla base della nostra democrazia. Sono i valori intorno ai quali si raccoglie unito il nostro Paese.  Vi è un'esigenza di ricordare questi valori e questi principi pensando che sono scelte di allora che costituiscono tuttora i criteri di comportamento e gli obiettivi da perseguire per il nostro presente e per il nostro futuro nello svolgimento e nel progredire costante della democrazia e della sua vita”. 
Sono parole del Presidente Mattarella, che mi sembra rispondano bene alla domanda che ho posto.

Oggi, Festa della Repubblica, il Sindaco Fagioli ha dimostrato tutto il suo disinteresse per i cittadini saronnesi, compresi coloro che lo hanno votato. Dopo aver dichiarato ripetutamente che la sua amministrazione non intendeva organizzare alcuna celebrazione per il 2 giugno, adducendo fantasmatici motivi di ordine pubblico, ha rincarato la dose affermando: "avessimo organizzato come Amministrazione una attività istituzionale, non avrei partecipato io".

Ma questa mattina, mentre i saronnesi si sono radunati nella piazza centrale della città portando bandiere tricolori, articoli della Costituzione repubblicana e cantando l'inno nazionale, lui e lo stato maggiore del suo partito, hanno inaspettatamente preso parte alla cerimonia che ogni anno l'Associazione Paracadutisti, meritatamente, organizza.

Una scelta di risulta, una pezza peggiore del buco. La dimostrazione dell' isolamento politico, del cul de sac nel quale lo hanno condotto due anni di nulla di fatto. Come si può pensare di continuare ad amministrare una città di 40.000 persone dopo una magra del genere?


lunedì 29 maggio 2017

LOSERS

Era il maggio 2016 quando la Comunità Pastorale saronnese si attivava per ospitare 32 richiedenti asilo inviati dal Prefetto di Varese e gestiti dalla Caritas, ottenendo l'esplicita adesione di decine di associazioni laiche e cattoliche. 

E "32" fu il numero che letteralmente terrorizzò il Sindaco Fagioli e la sua amministrazione. "Saronno non vuole clandestini", fu lo slogan di allora. Ma di discriminatorio c'era solo lo slogan e la magistratura fu costretta a condannare la Lega Nord a pagare una multa salata. Allora ci volle una ordinanza per impedire l'arrivo dei profughi.

Un anno dopo si scopre che per mandare in fibrillazione Sindaco e maggioranza (anche quella soprannumeraria!) basta molto meno: nel maggio 2017 il celodurismo leghista si infrange sul possibile arrivo di "9" richiedenti asilo. Ma questa volta la battaglia leghista fatica a trovare motivazioni spendibili: parlare ancora di clandestini comporterebbe una nuova sanzione pecuniaria e l'accoglienza di queste "9" persone direttamente in canonica impedisce ulteriori, ancorché fantasiose, ordinanze. Insomma, anche quando l'accoglienza dimostrata dalla comunità saronnese rispetta l'invito del loro leader Salvini, ("accoglieteli in casa vostra") Sindaco e maggioranza sembrano in stato confusionale.

Sorge allora una differente domanda: che il bailamme scatenato sul possibile arrivo di "9" persone in fuga dalla  morte per fame o per la guerra serva a distogliere l'attenzione dal nulla di fatto in due anni di amministrazione? Dubbio non peregrino visto che a Saronno la sicurezza non è sicuramente migliorata, il degrado in centro come in periferia, nella più bonaria delle valutazioni, è peggiorato, il teatro Giuditta Pasta sembra prossimo ad essere venduto e i Servizi sociali comunali appaiono in via di ridimensionamento se non di disarticolazione.

Certo sembrerebbe non essere un periodo di grande splendore per l'attuale amministrazione, ma prendersela con la comunità saronnese che è disponibile ad accogliere "9" richiedenti asilo, mi sembra da perdenti.

Meglio: da "losers", come direbbe qualcuno oltreatlantico.
#Saronnomeritadipiù


domenica 23 aprile 2017

Il 25 Aprile in tempi di guerra mondiale a pezzi

25 Aprile 1945: Sandro Pertini guida il comando partigiano che liberò Milano dall'oppressione nazifascista.

L'allontanarsi nel tempo di quel fatti, il progressivo venire meno dei testimoni diretti, ci consegnano una responsabilità crescente: fare memoria, con immutata intensità e partecipazione, di quei giorni decisivi della nostra storia. Della fine di un periodo oscuro, che aveva stravolto la fisionomia del nostro Paese con le leggi razziali, la soppressione delle libertà, il mancato rispetto dei valori umani e della dignità di ciascuna persona, la tragedia della guerra, l’orrore dei campi di concentramento e dei forni crematori.

Celebrare il 25 Aprile per la 72° volta significa non scordare mai il sacrificio e i meriti di chi ha restituito al nostro Paese la libertà e la dignità. Significa tornare alle radici della convivenza civile e democratica che, con la liberazione e la Costituzione repubblicana, ha ridato all’Italia la sua dignità. Si tratta di fare memoria, come ha opportunamente ricordato il Presidente Mattarella, delle “tante storie personali che hanno fatto, in quel periodo, storia nazionale e che costituiscono la base del nostro presente”.

Il mondo, come ha efficacemente affermato papa Francesco, è attanagliato da una sorta di terza guerra mondiale a pezzi: dall’Africa, al Medio Oriente, dall’America Latina all’Asia e all’Europa con l’Ucraina, la Crimea e la Cecenia. Alla guerra dobbiamo aggiungere il terrorismo, che sembra in grado di colpire ovunque. Guerra e terrorismo sono anche all'origine di fenomeni migratori che coinvolgono milioni di donne, bambini, uomini e causano la morte di altre centinaia di migliaia di loro.

In un contesto così drammatico il 25 Aprile richiama tutti ai valori di fratellanza, democrazia, rispetto della persona umana, vicinanza al più debole. Testimoniare pubblicamente e tramandare questi valori significa rispondere ad un imperativo morale e civile oltreché costituzionale: creare quella cultura di pace in grado di opporsi tanto alla “voglia di guerra” che sembra dilagare tra i potenti della terra, quanto al terrorismo integralista.

Minimizzare o snobbare le celebrazioni della Liberazione, impedirne uno svolgimento che possa essere consono ai valori che rappresenta, rischia di rendere complici con chi al diritto internazionale preferisce le armi, alla civile convivenza la sopraffazione.

E’ una responsabilità grave, soprattutto se si ricoprono ruoli istituzionali. E rimane tale anche se chi la assume non è in grado di comprenderne il significato.

domenica 16 aprile 2017

Buona Pasqua!

"Con la Risurrezione Cristo non ha solamente ribaltato la pietra del sepolcro, ma vuole anche far saltare tutte le barriere che ci chiudono nei nostri sterili pessimismi, nei nostri calcolati mondi concettuali che ci allontanano dalla vita, nelle nostre ossessionate ricerche di sicurezza e nelle smisurate ambizioni capaci di giocare con la dignità altrui". (Papa Francesco)

venerdì 14 aprile 2017

Il decreto Minniti? Probabilmente inefficace, sicuramente pericoloso

Il Decreto Minniti sull’immigrazione? Rischia di essere una sorta di “legge speciale”, la prima in Italia. Perché, a ben vedere, quello che prevede per i richiedenti asilo, lo Stato Italiano non lo fece neppure con le Brigate Rosse negli anni di piombo. A nessuna “categoria” di persone, ancorché condannate in primo grado, la Repubblica nata dalla resistenza al nazifascismo, ha mai negato tutti i gradi di giudizio previsti dall’ordinamento.

Oggi l’accertamento dello status di richiedente asilo può richiedere anche 2 anni e questa è una delle tante storture del nostro sistema giudiziario, sicuramente da superare tanto per garantire la sicurezza degli italiani quanto per il rispetto degli stessi richiedenti asilo. Un obiettivo al quale, il decreto Minniti, dice di voler mirare. Bene, quindi le risorse aggiuntive di uomini e mezzi previste dal decreto per rendere più rapide le procedure. 

Ma abolire il secondo grado di giudizio, disegnare un modello processuale ad hoc basato sul cosiddetto "rito camerale" che, se si conclude "con decreto che rigetta il ricorso", è ricorribile esclusivamente in Cassazione, significa contraddire la non discriminazione davanti alla legge garantita dall’art. 3 della Costituzione. E creare, a mio avviso, un precedente assai pericoloso: oggi sono i richiedenti asilo a vedersi sottratto una possibilità di avere giustizia, e domani? Chi o cosa ci garantisce che il medesimo trattamento non possa, in futuro, essere riservato a ciascuno di noi?

Come ricorda il vecchio adagio, la storia insegna che quando i mezzi vengono giustificati dai fini, si sa da dove si inizia, ma non come si finisce: "Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c'era rimasto nessuno a protestare".

Dissento da chi afferma che il decreto Minniti «è un approccio pragmatico al fenomeno, che coniuga diritti e rispetto delle regole». E condivido tale dissenso con le associazioni che di migranti si occupano da tempo sul territorio, ad iniziare da Acli, Arci, Caritas, Centro Astalli, Fondazione Migrantes, Medici senza frontiere. Con loro sostengo la Proposta di legge di iniziativa popolare “Nuove norme per la promozione del regolare soggiorno e dell'inclusione sociale e lavorativa di cittadini stranieri non comunitari” (https://goo.gl/s7f45a).


Non mi aspetto che questa riflessione riscuota consenso generalizzato, anche se non mi dispiacerebbe. Ma su temi di questa natura è bene confrontarsi senza conformarsi a populismi vecchi e nuovi. Qualche distinguo in più me lo sarei aspettato dai parlamentari del mio partito, che mi sembrano, invece, per la gran parte, dormire sonni tranquilli di fronte ad una legge che, alla fine, rischia di rivelarsi inefficace. E soprattutto pericolosa.

giovedì 1 dicembre 2016

Dossetti e quegli eredi che scambiano ossa per bastoni

Che voto sarà quello di domenica 4 Dicembre?
Non me lo domando in relazione al possibile risultato, ma alle condizioni della campagna referendaria che lo sta precedendo.

Una campagna con un peccato originale: una personalizzazione inutile, dannosa, controproducente; "un dibattito che ha, fin dall'inizio, abbandonato il tema fondamentale, ossia una modesta riforma costituzionale, per trasformarsi in una sfida pro o contro il governo". Mentre "era chiaro che se si voleva chiedere una decisione sul contenuto della riforma costituzionale lo si sarebbe dovuto separare, come saggiamente da alcuni proposto fin dall'inizio dell’estate, dalla sorte del governo.
Un palese tentativo di gran parte dei poteri forti, internazionali e nazionali, finanziari ed economici, di condizionarne l'esito tramite la diffusione di paure irrazionali. Insomma, "una rissa che ha trasmesso in Italia ed all'estero un senso di debolezza che, qualsiasi sarà il risultato di questo referendum, si trasformerà in un periodo (speriamo non troppo lungo) di inutile e dannosa turbolenza."

Si va al voto in una situazione talmente caotica che, anche chi, nel recente passato, ha avuto un ruolo significativo per la crescita democratica, sociale ed economica di questo Paese, ha finito per arrendersi a considerarla una scelta tra "succhiare un osso o un bastone". Scambiando, per di più, l'osso con il bastone!

E quando il caos diviene il dominus incontrastato e l'irrazionalità porta a scambiare "lucciole per lanterne" è necessario andare alla ricerca di punti fermi, dei fondamentali. E' necessario essere ben consci del tentativo di manipolazione del consenso che questo caos può comportare. E se parliamo di Costituzione repubblicana, Giuseppe Dossetti è sicuramente un riferimento imprescindibile. 

Nella lettera ai Comitati per la difesa della Costituzione del 23 maggio 1994, Dossetti scriveva: "Ora la mia preoccupazione fondamentale è che si addivenga a referendum, abilmente manipolati, con più proposte congiunte, alcune accettabili e altre del tutto inaccettabili, e che la gente ... finisca col dare un voto favorevole complessivo sull'onda del consenso indiscriminato a un grande seduttore: il che appunto trasformerebbe un mezzo di cosiddetta democrazia diretta in un mezzo emotivo e irresponsabile di plebiscito". Dopo 22 anni, l'attualità di queste preoccupazioni è tale da non richiedere commenti.

Giovanni Nicolini, che di Dossetti fu caro amico e stretto collaboratore, pochi giorni or sono ha scritto: "Senza ombra di dubbio Dossetti avrebbe combattuto questa riforma prima di tutto perché operazione illegittima e pericolosa: un parlamento eletto con legge dichiarata incostituzionale che si arroga il compito di cambiare un’ampia parte della Costituzione (47 articoli, pari a 1/3 della Costituzione) con stretta maggioranza politica. In secondo luogo perché ne risulterebbe una Costituzione di parte. I padri costituenti parlavano di “Casa comune”.  La costituzione del ‘48 fu scritta insieme e fu votata a larghissima maggioranza, 88%, da quanti erano avversari politici. La riforma di oggi invece divide gli italiani: se prevalesse il sì, metà degli italiani non si riconoscerebbero nel nuovo testo della Costituzione".

Ritengo che solo pochi irriducibili abbiano la sfrontatezza di affermare che il testo sottoposto a referendum contenga solamente proposte condivisibili. La maggior parte degli osservatori politici, come dei docenti di diritto costituzionale dichiarano che la riforma contiene proposte condivisibili ed altre del tutto inaccettabili (se non pericolose). 

E' mio personale convincimento che, nel merito, le seconde prevalgano largamente sulle prime.